Diciassette sillabe sono poche, è da un po' che lo penso.
Intendiamoci, mi piace ancora essere sintetico. Credo che ci sia una forza particolare nell'espressione secca di un pensiero, di un'intuizione o di una sensazione. Questa forza si stempera e si perde se passa attraverso troppe parole. Mi piace anche la forma, il fatto di dover rispettare una gabbia metrica abbastanza precisa, dalla quale poter uscire qualche volta per una scampagnata estemporanea, ma senza perderla di vista.
Ho saccheggiato le diciassette sillabe dell'haiku per i miei ahi! ku, lasciando indietro senza remore il kigo (il riferimento stagionale), il legame con la natura e tutto il sentimento poetico nipponico fatto di contemplazione di piccoli fenomeni quotidiani. Alcuni ahi! ku, nel tempo, si sono riavvicinati alla forma a cui si ispirano, ma per tutte le altre mie eruttazioni momentanee, specialmente quelle sentenziose o salaci, questo metro mi è diventato po' stretto.
Mi sono messo alla ricerca di un'altra forma che fosse altrettanto definita, ma leggermente meno concisa. Ho fatto varie sperimentazioni nel segreto dell'offline e alla fine sono arrivato ad aggiungere semplicemente due sillabe a ciascun verso della forma haiku, che così diventa un metro composto da un settenario, un novenario e un settenario.
Un ahi! ku sovrappeso di ventitré sillabe - me lo immagino un po' sudato e trafelato mentre cerca di non farsi distanziare dai suoi più snelli ed eleganti cugini dagli occhi a mandorla - che ho battezzato nel consueto stile demenziale con il nome di Ahi! Ahi! Cucù!
Tra pochi minuti pubblicherò il primo.
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martedì 21 maggio 2013
martedì 16 ottobre 2012
La sfuggente
Credevo che tu fossi il
mio sorriso,
la mia uscita dall'angolo
sfuocato
della foto, ma la sorte ha
deriso
questa volta ancora il
mio postulato.
Tu per tutti indossi lo
stesso viso,
è troppo liscio per
esser scalato
quel fascinoso muro, così
intriso
di cordialità, che tieni
innalzato
davanti al mondo, per
consuetudine
ad apparire come si
conviene,
splendida simpatica,
abitudine
che manda al fuoco le
stolte falene
come me; e quella
solitudine
affollata ancor il mio
cuore tiene.
Nota
Sono sempre stato dell'idea che qualunque robaccia in versi o in prosa debba camminare con le sue gambe senza bisogno di introduzioni o commenti da parte dell'autore; negli ultimi tempi devo essermi un po' rammollito perché ho scritto alcuni panegirici ignobili.
Questa volta, è necessario che scriva qualcosa, ma mi manterrò il più possibile conciso: questo sonetto è una delle quattro poesie di cui parlavo tempo fa; è vecchio, non mi piace più tanto, lo rendo pubblico perché a notte fonda divento emotivamente instabile ed è facile premere un tasto. Fuori uno!
domenica 29 luglio 2012
Chi non muore, si rilegge
È passato quasi un anno dall'ultimo
aggiornamento di questo blog. Se avessi una spina dorsale,
probabilmente dovrei vergognarmene, ma per fortuna sono un ignavo di
successo e me ne frego.
In questo lasso di tempo ho continuato
a scribacchiare senza meta e direzione, ma non ho nulla di abbastanza
finito da meritare di essere reso pubblico. Negli ultimi mesi, poi,
ho ripreso con una certa assiduità a fare il game master, così gran
parte della mia scarsa creatività è dirottata verso una campagna di
D&D 3.5 (la campagna storica con gli amici, e i personaggi, di
sempre, o almeno i superstiti), una di D&D 4a play by forum e,
recentemente, un secondo play by forum di Cani nella Vigna, che a
dire il vero non mi aggiunge più di tanto carico perché il gioco
grazie agli dei non prevede il classico master padre-padrone che crea
tutto quanto, ma si avvale del contributo creativo di tutti i
giocatori.
Tutto questo cosa c'entra? Nulla,
infatti ho appena infranto una regola che mi ero imposto quando ho
iniziato il blog, ovverosia di non scriverci cose che riguardano i
giochi di ruolo (e anche altri argomenti che per fortuna sono
riuscito a lasciare fuori, finora).
Prima che questo post andasse a
peripatetiche, avevo intenzione di usarlo per pubblicare un mio
piccolo componimento che ho ritrovato oggi in un fogliaccio unto. Si
tratta di un limerick che, se non mi ricordo male, avevo scritto di
getto per far ridere le mie sorelline e nello stesso tempo spiegare
loro come si struttura questa forma poetica molto scema, ma appunto
per questo molto bella a mio parere. Mi piacciono le cose sceme, sono
fatto così. Spesso mi piace anche rendere più scemo ciò che non lo
è abbastanza.
Il foglio porta la data del 10 aprile
2010, ma credo di essermi completamente dimenticato di averlo scritto
poco dopo:
C'era un vecchio che viveva a Piombino
e non sapeva adoperare il vasino.
Un giorno ci provò,
le scarpe si bagnò.
Quel vecchio sbrodolone di Piombino!
Tutto qui. A volte vorrei che la poesia
fosse veramente solo questo, il mondo è troppo complicato e serio
per non sbertucciarlo.
martedì 28 giugno 2011
Il primo pomeriggio
Il primo pomeriggio da single di ritorno è una lunghissima corsa in bici e poi un grande gelato gustato con calma: il lusso di perdere un altro po' di quel tempo già sprecato in abbondanza.
Mi dispiace per chi verrà dopo di te, perché potrebbe trovare molto spazio già occupato e asticelle alte da saltare, anche se spero che il tempo intercederà presso la mia memoria.
Un pensiero caparbio mi dice che ad una tua parola rifarei tutto. Allora questo pomeriggio scomparirebbe.
venerdì 29 aprile 2011
Quattro poesie che non leggerete mai (forse)
Non sono di più, solo quattro. Appartengono a una categoria ben precisa: sono poesie d'amore. Il motivo per cui non le ho mai fatte leggere a nessuno, con l'esclusione di una che è stata letta solo dalla diretta destinataria, è che mi vergogno e ho paura.
Mi vergogno perché penso che in queste poesie sia messa a nudo una parte di me stesso, mentre in tutto il poco altro che scrivo ammetto che ci sono dei veli frapposti tra me e il lettore. Contemporaneamente, ho paura che si capisca che questa parte nuda di me stesso è poca cosa. Non è detto che queste quattro poesie trasmettano ad un eventuale lettore il sentimento che io ho provato a fissare in esse, anzi tenderei ad escluderlo: dovrei essere un poeta molto migliore di quanto non sarò mai.
Scrivo tutto ciò per introdurre una poesia che pubblicherò domani, che è una data molto importante per me. Questa poesia rappresenta un'eccezione, perché appartiene alla stessa categoria delle altre quattro. Mi sembrava ingiusto che questo spazio non contenesse almeno un tentativo di esprimere quello che provo per la persona che mi fa alzare ogni mattina, anche le più brutte, con un sorriso di gioia profonda.
Comunque, il solo fatto che ne abbia parlato mi fa pensare che, in un futuro, potrei superare nuovamente questo mio tabù. In fondo, tre delle altre quattro sono solo stupidi pezzi di archeologia sentimentale, pezzi nudi di un me stesso che non esiste più da molto tempo. Adesso, sono solo semplici brutte poesie, quindi adatte a questo cyber-non-luogo.
Mi vergogno perché penso che in queste poesie sia messa a nudo una parte di me stesso, mentre in tutto il poco altro che scrivo ammetto che ci sono dei veli frapposti tra me e il lettore. Contemporaneamente, ho paura che si capisca che questa parte nuda di me stesso è poca cosa. Non è detto che queste quattro poesie trasmettano ad un eventuale lettore il sentimento che io ho provato a fissare in esse, anzi tenderei ad escluderlo: dovrei essere un poeta molto migliore di quanto non sarò mai.
Scrivo tutto ciò per introdurre una poesia che pubblicherò domani, che è una data molto importante per me. Questa poesia rappresenta un'eccezione, perché appartiene alla stessa categoria delle altre quattro. Mi sembrava ingiusto che questo spazio non contenesse almeno un tentativo di esprimere quello che provo per la persona che mi fa alzare ogni mattina, anche le più brutte, con un sorriso di gioia profonda.
Comunque, il solo fatto che ne abbia parlato mi fa pensare che, in un futuro, potrei superare nuovamente questo mio tabù. In fondo, tre delle altre quattro sono solo stupidi pezzi di archeologia sentimentale, pezzi nudi di un me stesso che non esiste più da molto tempo. Adesso, sono solo semplici brutte poesie, quindi adatte a questo cyber-non-luogo.
martedì 1 marzo 2011
Riflessione estemporanea
Mi dicono che dovrei scrivere più spesso, così si creerebbe un'abitudine per me che scrivo e per coloro che leggono. Pare che scrivere qualche cosa ogni giorno invogli i lettori, faccia nascere una sorta di appuntamento fisso e prevenga che si dimentichino o si stufino. La cosa non mi stupisce. Viviamo in un ambiente ipercomunicativo, siamo costantemente bombardati da messaggi di ogni tipo, che utilizzano tutti i trucchi possibili per risaltare alla nostra attenzione subissata e ormai anestetizzata. In tali condizioni, il messaggio di ieri è già preistoria, e se non ne segue uno oggi si cade nel dimenticatoio. La memoria non fa in tempo a sedimentarsi, a divenire involontaria. Non c'è più tempo per gustare una madeleine e farsi travolgere dai ricordi che porta, perchè bisogna trangugiarne molte di continuo, nessuna delle quali ha la minima speranza di lasciare un'impressione meno che momentanea. Bisogna essere presenti sulla tavola imbandita quotidianamente, con una copia nuova della stessa madeleine, o la sua assenza non verrà nemmeno notata.
Soltanto che io non ci riesco. Se scrivessi tutti i giorni, sfornerei banalità con cui mi vergognerei di appestare e inquinare l'umanità. Ci sono già troppi messaggi in giro, il fruscio di disturbo è quasi insopportabile, non mi piacerebbe aggiungere fastidio a questo fastidio.
Non sono così ossessionato dalla necessità di lasciare una memoria di ogni mio giorno e di ogni mio pensiero. Penso che ben pochi dei primi e dei secondi possano interessare qualcun altro, o anche solo il me stesso di domani.
Voglio viaggiare leggero, e se voltandomi troverò poche tracce del mio passaggio saprò che ho viaggiato bene.
Soltanto che io non ci riesco. Se scrivessi tutti i giorni, sfornerei banalità con cui mi vergognerei di appestare e inquinare l'umanità. Ci sono già troppi messaggi in giro, il fruscio di disturbo è quasi insopportabile, non mi piacerebbe aggiungere fastidio a questo fastidio.
Non sono così ossessionato dalla necessità di lasciare una memoria di ogni mio giorno e di ogni mio pensiero. Penso che ben pochi dei primi e dei secondi possano interessare qualcun altro, o anche solo il me stesso di domani.
Voglio viaggiare leggero, e se voltandomi troverò poche tracce del mio passaggio saprò che ho viaggiato bene.
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